quelli che hanno già scelto


Sui popoli incontattati, e sulla presunzione di doverli raggiungere


Cominciamo dalla parola, perché è sbagliata.
«Incontattati» suggerisce un’assenza, qualcosa che non è ancora avvenuto e che prima o poi avverrà. Evoca l’immagine consolatoria e falsa della tribù perduta, dimenticata in una piega della foresta, in attesa che qualcuno la trovi. Quasi nessuno di questi gruppi corrisponde a quella descrizione.
Quasi tutti hanno già avuto contatti, quasi sempre violenti. Hanno conosciuto i raccoglitori di caucciù, i cercatori d’oro, i missionari, i taglialegna, le epidemie, i massacri. E poi si sono ritirati. La loro condizione non è un’ignoranza: è una decisione, ed è la conseguenza di un’esperienza. Nel diritto latinoamericano, non a caso, la formula corretta è «popoli in isolamento volontario». Volontario: la parola che nella nostra lingua corrente è sparita.
Che il problema cominci dai nomi lo dimostra un caso esemplare. Gli abitanti originari di una parte delle isole Andamane chiamano sé stessi Ang, che nella loro lingua significa «noi, il popolo». Noi li conosciamo come Jarawa, termine che nella lingua dei vicini Grandi Andamanesi vuol dire «straniero», oppure «temuto». Li chiamiamo con il nome che altri hanno dato loro, e che significa estraneità. Nemmeno il nome è il loro.


Quanti sono, e che cosa sta succedendo
Sono almeno centonovantasei gruppi in tutto il mondo. La maggior parte vive nell’Amazzonia brasiliana e peruviana, ma non solo: c’è il Gran Chaco fra Bolivia e Paraguay, ci sono le Andamane e le Nicobare, c’è l’Indonesia orientale.
E oltre il novantacinque per cento delle foreste in cui abitano è oggi invaso o distrutto, per legname, minerali, petrolio, allevamenti, piantagioni. Non è un fenomeno naturale ed è perfettamente tracciabile: ogni ettaro che sparisce ha un numero di concessione, una società titolare, una catena di fornitura e un acquirente finale, che spesso siamo noi.
Vale la pena soffermarsi su un caso, perché smonta ogni compiacimento.
Sull’isola indonesiana di Halmahera vivono gli Hongana Manyawa, nome che nella loro lingua significa «popolo della foresta». Sono circa tremila in tutto, e fra i trecento e i cinquecento vivono ancora isolati. Sotto la loro foresta c’è il nichel, e il nichel serve ai catodi delle batterie al litio. Lì opera la Weda Bay Nickel, comproprietà della francese Eramet: la più grande miniera di nichel del pianeta. Il governo indonesiano punta a costruire sull’isola il primo ecosistema integrato al mondo per la produzione di batterie per automobili, dall’estrazione alla raffinazione al prodotto finito, e compagnie internazionali come Tesla investono miliardi nel programma. Il colosso chimico tedesco BASF ha progettato con Eramet una raffineria la cui possibile ubicazione ricade nel territorio degli Hongana Manyawa isolati.
Nel 2023 due di loro sono stati filmati mentre intimavano a un bulldozer di stare alla larga dalla loro terra. Il rapporto di Survival International che documenta la vicenda si intitola Driven to the edge, e la direttrice generale dell’organizzazione ha riassunto la questione in una frase che vale più di un trattato: le aziende che producono auto elettriche non possono vendere ai clienti la promessa di un consumo etico mentre la loro filiera distrugge un popolo incontattato.
La transizione ecologica dell’Occidente, che raccontiamo a noi stessi come una riparazione, sta cancellando uno degli ultimi popoli isolati del pianeta. Il progresso ha cambiato aggettivo, non metodo.


L’argomento decisivo è biologico, non sentimentale
Chi difende il contatto lo fa quasi sempre in buona fede, e con parole nobili: portare la medicina, la scuola, i diritti, la cittadinanza. L’argomento si infrange su un fatto che l’epidemiologia storica ha documentato con una regolarità agghiacciante.
Popolazioni rimaste isolate per generazioni non possiedono memoria immunitaria per i patogeni che noi ci portiamo addosso senza accorgercene. Morbillo, influenza, pertosse, varicella: malattie che da noi sono un fastidio pediatrico, là sono una condanna collettiva. I dati raccolti sulle missioni di contatto brasiliane degli anni Settanta e Ottanta indicano che, in diversi gruppi, morì fra il cinquanta e il novanta per cento delle persone nei primi anni successivi al primo incontro. Sydney Possuelo, che quelle spedizioni le guidava, ha descritto il virus dell’influenza come un attentatore suicida: entra in un villaggio senza che nessuno se ne accorga.
Non conta l’intenzione di chi arriva. Il missionario benintenzionato e il taglialegna armato trasportano gli stessi virus. Nel 1967 i missionari statunitensi del Summer Institute of Linguistics raggiunsero il popolo Juma e disboscarono un tratto di foresta per costruirvi una pista d’atterraggio, portando altre malattie e altri morti. Di quel popolo, oggi, restano tre persone.
È questa la ragione per cui la questione non è negoziabile e non ammette la formula ragionevole, il contatto graduale, controllato, assistito: non esiste un modo prudente di introdurre un’epidemia.


Il rovesciamento del 1987
L’antropologia e le agenzie indigeniste ci hanno messo un secolo a capirlo, e lo hanno capito contando i morti.
Per tutta la prima metà del Novecento la dottrina ufficiale, in Brasile come altrove, era l’attrazione: si allestivano postazioni con regali, utensili e specchi, si aspettava che i gruppi si avvicinassero, si stabiliva la relazione e li si «pacificava» per poi integrarli. Era considerata l’alternativa umanitaria allo sterminio, e in un certo senso lo era. Ma i risultati furono catastrofici in modo così sistematico che nel 1987 Possuelo e gli altri sertanisti si riunirono a Brasilia per fermare la devastazione che avevano contribuito a produrre.
Da quella riunione nacque, dentro la FUNAI, il Dipartimento per gli Indios isolati, oggi Coordinamento generale per gli indigeni incontattati: l’unico organismo governativo al mondo dedicato a proteggere popoli con cui si è deliberatamente deciso di non parlare. Possuelo ne fu il primo direttore, e nei due anni successivi la superficie delle terre indigene ufficialmente riconosciute in Brasile raddoppiò. L’anno dopo, l’articolo 231 della nuova Costituzione riconobbe ai popoli indigeni il diritto di conservare cultura, tradizioni e costumi.
È un rovesciamento epistemologico prima ancora che amministrativo. Significa che lo Stato rinuncia a conoscere per poter proteggere: la presenza di un popolo viene accertata per via indiretta, con sorvoli, tracce, resti di accampamenti, e quella conoscenza parziale è considerata sufficiente. Per una disciplina fondata sull’osservazione partecipante è la decisione più difficile immaginabile: l’antropologo che si ferma prima della soglia e dichiara che ciò che sta oltre non gli spetta.


Il rifiuto non è un ritardo
Qui l’antropologia ha qualcosa da dire che va oltre la denuncia, ed è una correzione di prospettiva che ci riguarda direttamente.
Siamo abituati a collocare quei popoli in un prima: stadio anteriore, umanità d’infanzia, sopravvivenza del passato nel presente. È lo schema evoluzionista dell’Ottocento, smentito da oltre un secolo di ricerca e tuttavia vivissimo nel senso comune. Ma Pierre Clastres, studiando le società amerindie, ha mostrato che l’assenza di Stato in quelle comunità non è una mancanza: è un dispositivo attivo, un insieme di meccanismi che impediscono al potere di separarsi dal gruppo e di farsi coercizione. Non società senza Stato: società contro lo Stato.
Applicato all’isolamento, il ragionamento è identico. Chi si ritira nella foresta dopo aver visto che cosa portano gli uomini bianchi non è rimasto indietro: ha valutato e ha scelto. È un atto politico, e per giunta un atto politico che ci riguarda, perché esprime un giudizio su di noi. Il più severo e il più motivato che ci sia mai stato rivolto.
Claude Lévi-Strauss, in Tristi tropici, scriveva di appartenere a una civiltà che manda i propri etnografi a raccogliere le ultime testimonianze di ciò che essa stessa sta distruggendo. Aveva già capito, nel 1955, che il nostro interesse per queste popolazioni arriva sempre accompagnato dalle ruspe, e che di solito le ruspe arrivano prima.


Che cosa significa, in pratica, lasciarli in pace
Non significa disinteressarsi, ed è l’equivoco più comune. Il non contatto non è indifferenza: è una politica, e come tutte le politiche costa denaro, personale e volontà. Lo stesso Possuelo, che ne è il padre, denuncia da anni che il problema non è la linea ma i tagli ai fondi e alle squadre.
Significa demarcare i territori e difenderne i confini, cioè tenere fuori taglialegna, cercatori d’oro, narcotrafficanti ed evangelizzatori. Significa finanziare le squadre di vigilanza, che in Brasile e in Perù lavorano in condizioni di rischio e con bilanci ridicoli. Significa che i governi rifiutino le concessioni estrattive nelle aree note, e che le imprese verifichino la filiera invece di dichiarare di non sapere: Eramet conosce da oltre dieci anni i rischi che le proprie attività comportano per gli Hongana Manyawa. E significa, per noi che compriamo, accettare che certi beni abbiano un costo che nessun prezzo al pubblico contiene.
Significa infine resistere a una tentazione precisa, che è la nostra: l’idea che una cultura conosciuta sia più salva di una cultura ignota. Non è vero. Delle centinaia di popoli amazzonici documentati con cura nel Novecento molti non esistono più; i Sentinelesi, di cui non sappiamo quasi nulla e che respingono da sempre chiunque si avvicini, sono ancora lì.


Una conclusione priva di consolazione
Non c’è niente di romantico in tutto questo, e sarebbe scorretto lasciarlo credere. Quelle società non sono innocenti, non sono felici per definizione, non custodiscono una saggezza che ci redimerà. Sono comunità umane, con i loro conflitti e le loro contraddizioni, esattamente come le nostre.
Chiudo però con una storia, perché i numeri si dimenticano. Negli anni Settanta un uomo del popolo Awá, Karapiru, sopravvisse al massacro della propria famiglia e visse solo nella foresta per dieci anni. Nel 1988, sfinito, seguì un contadino che aveva incontrato e si lasciò portare in una cittadina dello stato di Bahia. Nessuno capiva la sua lingua. Quando finalmente gli antropologi la riconobbero come un dialetto awá, la FUNAI convocò un giovane indigeno perché facesse da interprete. I due si guardarono. Karapiru riconobbe quell’uomo: era suo figlio Xiramukū, che credeva ucciso vent’anni prima.
Non è una storia a lieto fine. È la storia di che cosa resta di una famiglia dopo che siamo passati noi.
La ragione per cui quei popoli vanno lasciati in pace non è che siano migliori di noi. È che hanno il diritto di esistere alle proprie condizioni, in un territorio che è il loro, e che l’unico contributo che possiamo dare alla loro sopravvivenza è la nostra assenza.
È un’idea faticosa per una civiltà che ha costruito la propria identità sull’andare, sul raggiungere, sullo scoprire, e che chiama scoperta l’arrivo in luoghi dove qualcuno abitava già. Ma è l’unica corretta, ed è anche l’unica che possiamo mettere in pratica senza chiedere il permesso a nessuno.
Bastava, e basta, non andare.