
Per Antonietta 06 marzo 1930 – 05 settembre 2026
Mia madre ha vissuto novantasei anni e mezzo esatti. Il mezzo lo dico apposta, perché era una donna che i conti li teneva, e se glielo arrotondassi adesso me lo farebbe pesare per un pezzo.
Aveva un carattere difficile e facile insieme, e chi l’ha conosciuta sa che non è una contraddizione: è una descrizione. Era schiva e affabile, tenera e terribile, malinconica e allegra a volte nella stessa frase. Sapeva essere generosa e gentile come poche persone. Poi però qualcosa o qualcuno la infastidiva, e allora arrivava secca la sua frase: «’des scòpio». Lì il discorso era chiuso, senza appello. Molti di voi l’hanno sentita almeno una volta. Qualcuno di noi più di una.
Non si è mai risparmiata una lamentela, su tutto e su tutti, e in questo è stata di una costanza esemplare. Eppure, aveva una pazienza che non ho mai capito da dove le venisse, anche verso le proprie malattie, attraversate senza chiedere sconti a nessuno. Lamentarsi di tutto e sopportare tutto: chi ci riesce ha capito qualcosa che agli altri sfugge.
Del resto, novantasei anni sono abbastanza per ripensare a tutto, alle proprie scelte e a quelle degli altri, che qualche volta sono state fonte di dolore. Chi vive così a lungo non diventa più semplice: diventa più stratificato.
Una parte di quegli strati veniva dai libri. Leggeva come si respira, senza smettere mai, e non per passare il tempo, ma per capire come si sta al mondo. Aveva letto anche Marco Aurelio, che scriveva a sé stesso di non sdegnarsi per come vanno le cose, perché alle cose il nostro sdegno non interessa. Lei si sdegnava eccome, e ci mancherebbe. Però faceva quello che lui consigliava: andava avanti.
E quello che leggeva lo restituiva, perché sapeva raccontare. Le storie di famiglia le teneva tutte in testa e le rimetteva in fila in modo che chi ascoltava non si muovesse più dalla sedia: i nomi, le parentele, chi aveva detto cosa a chi e in che anno. Non era chiacchiera. Era un servizio reso alla memoria, e per anni lo ha fatto lei da sola, per tutti noi.
Io ho sessantasette anni e sono suo figlio, il suo unico figlio. Le sono stato accanto sempre, anche nei periodi in cui ero lontano, e non sono stati brevi. La distanza non l’ha mai spostata dal mio campo visivo: stava lì, nel mio panorama interiore, come una montagna che si vede da tutte le finestre della casa. Forse l’ho viziata. Certamente lei ha viziato me, e nessuno dei due ha mai ammesso di essere il colpevole.
Abbiamo cambiato molti posti, e i luoghi sono il modo più onesto di raccontare un secolo. Latisana, dove è nata. Casarsa. Spilimbergo. Lignano. Poi Poffabro, dove per dieci anni ha lavorato con me all’osteria e si muoveva fra i tavoli con una grazia di cui non era consapevole, che è l’unica grazia che conti. Poi di nuovo Lignano. E infine Fossalta, e Fratta, la terra della famiglia di sua madre, mia nonna.
A Fratta, di Buranello, non ce n’è più nessuno.
È la cosa che mi fa più male, più della morte stessa: che intere famiglie scompaiano non perché siano morte, ma perché a un certo punto non c’è più nessuno che ricordi. Un cognome smette di esistere il giorno in cui nessuno lo pronuncia più. Ecco perché il suo raccontare non era un passatempo. Era l’unico argine.
Sant’Agostino dice che la memoria è vasta come un palazzo di cui non conosciamo la fine, e che quando cerchiamo qualcuno là dentro non ne troviamo l’immagine: troviamo lui. Antonietta è in quel palazzo, e non lo può abbattere nessuno. Solo il tempo, e ha da lavorare parecchio.
Adesso lei è dove non esistono né il tempo né lo spazio, e dove il ricordo non serve, perché non c’è niente da ricordare: c’è tutto insieme, in una volta sola. A noi, di qua, la memoria serve eccome. Finché uno di noi dirà il suo nome, Antonietta sarà.
Aveva un desiderio, uno solo, e lo ripeteva: la famiglia tutta insieme. Non ci è mai riuscita del tutto, perché le famiglie sono fatte di distanze, di impegni e di caratteri. Oggi ci siamo riusciti. Siamo tutti qui, e lo dico senza retorica: ce l’ha fatta lei, come al solito, e a modo suo.
L’ultima volta che siamo usciti insieme siamo andati alla Brussa, che era uno dei suoi luoghi. Ho spinto la carrozzina fino al mare. Lei parlava, come sempre, dei ricordi di famiglia, e io ascoltavo. Poi ci siamo fermati a guardare il mare, che nella nostra immaginazione è sempre infinito.
Voglio ringraziare tutti, e siete tanti: i familiari, gli amici, gli operatori che l’hanno assistita, i religiosi che ci sono stati vicini, il nostro medico di famiglia. In questi ultimi tempi non siamo mai stati soli, e non è una cosa che si dà per scontata.
Ciao mamma. Grazie di tutto, anche delle cose difficili, che sono quelle che mi hanno insegnato di più.

23 settembre 2018 Altopiano di Monte Prat – Forgaria nel Friuli (UD)

Foto scattata a Cinto Caomaggiore il 20 luglio 2026, ore 11.18.
Due paia di occhiali, uno tartarugato e uno color melograno, e due sorrisi che non posano: si riconoscono. Io mi chino verso di lei, come si fa con le cose più care; lei resta dov’è, intera, con quello sguardo vivo di chi non ha mai smesso di guardare il mondo con attenzione e con giudizio.
Una donna straordinaria. Oggi è un mese esatto, e mi manca. Ma ciò che si è amato così non se ne va: abita nello sguardo, nel modo di ascoltare, nella parte migliore di me. Da oggi guardo anche per lei. 05 ottobre 2026