il nemico aveva un server


Sul caso Autistici/Inventati, e su chi ha chinato la testa senza che glielo chiedessero
Il 26 agosto 2026 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito Autistici/Inventati nella lista dei Terroristi Globali Specialmente Designati. Il 6 settembre il collettivo ha chiuso. In mezzo ci sono undici giorni e venticinque anni.
Vale la pena dire con precisione che cosa faceva questa organizzazione terroristica. Dava indirizzi di posta elettronica. Ospitava blog. Metteva a disposizione mailing list, spazi web, strumenti di comunicazione cifrata. Gratis, dal 2001, a chiunque ne facesse richiesta, senza chiedere le opinioni politiche di chi si iscriveva, il che secondo Washington è precisamente il problema.
L’accusa, formulata dal Tesoro americano e non da un tribunale, è di avere fornito «architettura digitale» a soggetti che gli Stati Uniti considerano terroristi. Non di avere partecipato ad alcunché. Non di avere saputo, deciso, organizzato. Di avere fornito l’infrastruttura, come chi affitta una stanza e poi scopre che l’inquilino aveva idee sbagliate.
Cesare Beccaria, che nel 1764 aveva già chiarito quasi tutto quello che c’era da chiarire in materia, sosteneva due cose semplici: che la pena deve essere proporzionata al delitto, e che deve colpire chi il delitto lo ha commesso. Sono due principi tanto elementari che imbarazza doverli ricordare nel 2026 a uno Stato che si presenta al mondo come la culla delle libertà costituzionali. Eppure eccoci qui: chiude un fornitore di caselle di posta, e con lui restano senza archivi, senza indirizzi e senza siti migliaia di persone che nessuno ha mai accusato di niente.
C’è un modo semplice per misurare la serietà di un provvedimento antiterrorismo, ed è guardare chi non colpisce.
Telegram non è nella lista. Il Dipartimento di Stato americano scrive che il Terrorgram Collective, rete suprematista che ha ispirato attentati veri con morti veri, opera principalmente su Telegram. L’autorità australiana per la sicurezza online ha aperto nel 2026 un procedimento contro la stessa piattaforma per la mancata rimozione di contenuti dell’ISIS, comprese esecuzioni. Telegram ha centinaia di milioni di utenti, una società, un fatturato, avvocati. Autistici/Inventati aveva dei volontari e delle macchine tenute su a spese proprie.
Alla piattaforma grande si chiede collaborazione. A quella piccola si chiede di sparire. Non è una politica di sicurezza: è una scelta di bersaglio, e i bersagli si scelgono in base a quanto costa colpirli.
Rosa Luxemburg scriveva, in pagine che le costarono care, che la libertà è sempre e soltanto la libertà di chi la pensa diversamente. Non è una frase gentile, è una definizione tecnica: una libertà che vale solo per le opinioni tollerabili non è una libertà, è una concessione, e le concessioni si ritirano. Il fatto che i server di A/I ospitassero anche gente sgradevole non è un difetto del servizio. È il servizio.
Aggiungo un dettaglio che dovrebbe far riflettere anche chi di questa vicenda non condivide una virgola. Autistici/Inventati nasce nell’orbita di Indymedia, la rete che nel luglio del 2001 aveva la propria redazione dentro la scuola Diaz di Genova, e che da lì documentò quello che accadde quella notte. Venticinque anni dopo, l’infrastruttura tecnica di quel mondo viene spenta non da un giudice, non da un processo, non da una sentenza, ma da un elenco compilato in un ufficio a Washington e trasmesso alle banche del pianeta.
E qui viene la parte italiana, che è la meno gloriosa. Ma non per le ragioni che di solito si dicono.
Un anno fa Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, cittadina italiana, finiva nella stessa lista, per decisione del Segretario di Stato americano e in seguito a un rapporto sui profitti economici del genocidio in corso. Ha provato ad aprire un conto corrente a Banca Etica. Non ci è riuscita.
Vale la pena raccontare come è andata, perché è più istruttivo dello scandalo. La banca ha accolto la richiesta e ha lavorato per settimane per trovare una via d’uscita, tentando perfino di aggirare a mano il blocco automatico che le normative antiriciclaggio impongono ai sistemi informatici di ogni istituto europeo. Si è fermata davanti a due muri: un conto senza carta di debito né di credito, perché quelle le emette una società statunitense, e il rischio concreto che le sanzioni secondarie bloccassero l’operatività estera dei suoi centomila clienti, comprese le organizzazioni che portano aiuti a Gaza. Poi ha scritto ai capigruppo di Camera e Senato, e al Governo italiano insieme ad Amnesty, Arci, Libera, Oxfam, Legambiente, chiedendo che le sanzioni venissero rimosse.
Non è dunque la storia di una banca che si sottrae. È molto peggio: è la storia di un istituto nato apposta per resistere al potere finanziario, che ci prova e non ce la fa. Se non ce la fa quella, il problema non è il coraggio dei singoli. È che un ufficio di Washington governa i conti correnti di un continente.
E allora dove sta, la parte poco gloriosa? Sta nel silenzio di chi avrebbe gli strumenti e non li usa.
Il Regolamento europeo di blocco esiste dal 1996. Serve esattamente a questo: a proteggere cittadini e imprese europee dagli effetti extraterritoriali delle sanzioni altrui. È stato attivato per Cuba, è stato attivato per l’Iran. Per una cittadina italiana con un mandato delle Nazioni Unite, e per un collettivo di informatici di Bologna, no. Nessuno lo ha chiesto con la voce che si usa quando si fa sul serio.
Quattrocentocinquant’anni fa un ragazzo di ventidue anni, Étienne de La Boétie, scrisse che nessun tiranno possiede una forza propria: possiede soltanto quella che gli concediamo, e smetterebbe di esistere il giorno in cui smettessimo di porgergliela. Il Discorso sulla servitù volontaria non parla di tiranni con l’elmo. Parla di chi si mette in fila prima ancora che glielo ordinino, e la fila, qui, non l’ha fatta una cooperativa di credito. L’hanno fatta i governi.
La parola più liberticida del nostro tempo non è divieto. È prudenza.
Resta la domanda di fondo, e non è retorica. Un Paese che ospita basi militari e ordigni nucleari altrui, che aderisce a organismi in cui non decide nulla, e che assiste in silenzio mentre un governo straniero mette fuori legge un pezzo della propria società civile, in che senso preciso è ancora una repubblica sovrana?
Usque tandem?, chiedeva Cicerone in Senato. Fino a quando? La domanda è vecchia di duemila anni e continua a non ricevere risposta, il che, a pensarci, è già una risposta.
Nel frattempo, qualcuno spenga la luce all’ufficio delle designazioni. Ma senza fretta: sono passati venticinque anni, possono aspettare cinque minuti.