
Nel bacino medio dell’Orinoco, tra gli stati venezuelani di Amazonas e Bolívar, vive un popolo che si autodefinisce Uwottüja. Gli antropologi lo conoscono come Piaroa, e lo studiano da mezzo secolo per una ragione precisa: è uno dei pochi casi al mondo in cui la quasi totale assenza di violenza interna e la quasi totale assenza di furto non sono un’eccezione statistica, ma il prodotto riconoscibile di scelte sociali precise. Non è innocenza. È architettura.
Quello che mi interessa raccontare qui non è l’ennesima favola del buon selvaggio, un mito che l’antropologia moderna ha smontato pezzo per pezzo. È qualcosa di più utile: come i Piaroa hanno costruito, senza bisogno di ospedali psichiatrici, tribunali o polizia, un sistema che tiene insieme la gestione della sofferenza psichica e l’assenza quasi totale di violenza sociale. E cosa, di questo sistema, dovrebbe farci sentire un po’ più poveri, non più superiori.
Una proprietà troppo debole per generare furto
Joanna Overing, l’antropologa che ha condotto tra i Piaroa il lavoro etnografico più esteso, descrive una società organizzata su un doppio regime patrimoniale calibrato con precisione chirurgica. Il prodotto della foresta, caccia, pesca, raccolta, appartiene collettivamente a tutti i membri della casa multifamiliare in cui si vive. Solo i raccolti degli orti coltivati individualmente restano di chi li ha piantati. Overing scrive che i Piaroa hanno abolito la coercizione eliminando la proprietà dei mezzi di produzione e il controllo sul lavoro altrui.
Fermiamoci su questo punto, perché è la chiave di tutto il resto. Il furto, in qualsiasi sistema giuridico che conosciamo, presuppone un oggetto sottraibile e un soggetto defraudato in modo riconoscibile da tutti. Dove la parte più consistente delle risorse circola per condivisione obbligata, quella che gli antropologi economici chiamano demand sharing, la categoria stessa di furto perde il suo referente. Non è che i Piaroa reprimano con particolare bravura l’impulso ad appropriarsi delle cose altrui. È che la cosa “altrui”, nella forma acuta in cui la intendiamo noi, esiste solo in una porzione minima e poco strategica della loro economia. Il bene che per noi vale la pena rubare, difendere, accumulare, semplicemente non è mai stato recintato.
A questo si somma l’assenza quasi totale di autorità centralizzata: nessun capo, nessuna legge imposta dall’alto. L’antropologo francese Pierre Clastres ha chiamato formazioni come questa “società contro lo Stato”: non incapaci di darsi un potere centrale, ma organizzate attivamente per impedire che si formi. Se non esiste un’istanza che possa accumulare potere sequestrando risorse, viene meno anche il bersaglio più naturale della violenza politica interna.
La follia come battaglia cosmica, non come colpa privata
Ed eccoci al cuore della faccenda, quello che riguarda più da vicino chi come me ha passato una vita professionale accanto alla sofferenza psichica.
I Piaroa non separano la salute mentale dalla cosmologia. Il loro universo, secondo la ricostruzione dell’antropologo Robin Rodd, che ha condotto un apprendistato sciamanico sul campo tra il 1999 e il 2002, è un campo di battaglia permanente tra la possibilità della bellezza e un caos violento incarnato da spiriti malevoli, i märi, e da stregoni pericolosi. Lo sciamano, il ruwang, non è un medico nel senso in cui lo intendiamo noi. È colui che porta avanti, per conto dell’intera comunità, l’ideale di una vita etica contro quelle forze di distruzione. Rodd sintetizza l’etica sciamanica piaroa in due formule che meritano di essere prese sul serio come teoria indigena della mente: “vivere secondo la legge” e “la buona vita della tranquillità”.
Il punto che voglio mettere in evidenza è questo: l’aggressione, l’angoscia, la sofferenza mentale non vengono lette come un guasto individuale da correggere o da nascondere, ma come un episodio di un conflitto cosmico che riguarda l’intera comunità, e che va attraversato attraverso la mediazione dello sciamano, non attraverso la colpevolizzazione o l’isolamento del singolo. In un lavoro dedicato specificamente a questo tema, Rodd analizza quella che chiama la “navigazione dell’affetto negativo” tra i Piaroa: la stregoneria, cioè l’attribuire la malattia, la rabbia o la morte a un’aggressione invisibile esterna, funziona come un dispositivo che permette di essere pienamente consapevoli dell’emozione distruttiva senza doverla scaricare fisicamente su chi si ha accanto. La rabbia viene esternalizzata su un piano invisibile, uno stregone lontano, uno spirito, invece di essere agita contro il vicino di casa.
È una forma di contenimento collettivo del conflitto che assomiglia, per struttura, a quello che in una comunità terapeutica chiameremmo un contenimento istituzionale della crisi, solo che qui l’istituzione è cosmologica invece che clinica, ed è distribuita su tutta la comunità invece che delegata a uno specialista chiuso in un reparto. Questo spiega perché Overing possa scrivere che il territorio piaroa è quasi interamente libero da ogni forma di violenza fisica, e che bambini, adolescenti e adulti non la esprimono quasi mai attraverso mezzi fisici. Non perché manchi la rabbia. Perché esiste un intero apparato culturale, sciamanico, narrativo, rituale, che le offre uno sfogo diverso dalla mano alzata contro un altro essere umano.
Il rovescio della medaglia, per onestà
Non voglio consegnarti un’immagine idilliaca, perché non lo sarebbe onesto. La stessa Overing, in un saggio del 1986 dal titolo pungente, Images of cannibalism, death and domination in a “non-violent” society, mette tra virgolette ironiche proprio l’etichetta “non violenta”: la cosmologia piaroa è densa di immagini di cannibalismo simbolico, morte e dominio. La pace sociale osservabile convive con un immaginario interiore tutt’altro che tranquillo. La tranquillità piaroa non è assenza di violenza come categoria psichica. È la sua sublimazione riuscita in un altro registro, tenuta in equilibrio da un lavoro culturale costante, mai acquisito una volta per tutte. Lo stesso Rodd nota che il potere sciamanico è sempre a un passo dal rovesciarsi in autodistruzione o in distruzione sociale.
Tenerlo a mente serve a non scivolare nel mito del buon selvaggio, un’idealizzazione che la stessa antropologia contemporanea guarda con sospetto crescente. Quello che i Piaroa hanno costruito non è uno stato di natura felice. È un lavoro, continuo e delicato, non diverso per impegno da quello che una società psichiatrica occidentale investe nei suoi ospedali e nei suoi protocolli. Solo con materiali completamente diversi.
Cosa potremmo imparare, noi occidentali
Qui arrivo al punto che mi interessa di più condividere con chi legge questo blog.
Il nostro modello prevalente di salute mentale isola. Individualizza la crisi, la colloca dentro un cervello, la affida a uno specialista, e spesso, nella pratica quotidiana dei servizi, la allontana fisicamente dalla comunità: reparto, ambulatorio, diagnosi che diventa etichetta permanente. Ho lavorato abbastanza a lungo in quel mondo per sapere quanto questo isolamento, più della patologia in sé, aggravi la sofferenza.
Il modello piaroa fa esattamente l’operazione opposta. Colloca la crisi psichica dentro una cosmologia condivisa da tutti, la rende un evento che riguarda la comunità intera, non un fallimento privato da nascondere. Non è terapia individuale, è responsabilità collettiva della sofferenza. Nessuno dei suoi strumenti è trasportabile di peso nella nostra cultura, non abbiamo una cosmologia condivisa in cui inserire spiriti malevoli, e sarebbe ingenuo pensare di poterla improvvisare. Ma il principio strutturale sì, quello si può portare a casa: la sofferenza psichica gestita come fatto comunitario, non come colpa o come deficit da nascondere in una stanza chiusa, produce meno violenza sociale, non di più. È l’esatto contrario dell’intuizione securitaria che spesso guida le nostre politiche, quella per cui la malattia mentale andrebbe contenuta separandola dal corpo sociale.
E c’è un secondo insegnamento, forse ancora più scomodo per una società fondata sull’accumulo: dove la proprietà privata è debole, anche il furto lo è. Non perché le persone siano migliori, ma perché il bersaglio non esiste nella forma che lo rende appetibile.
Un equilibrio fragile
Questo intero equilibrio, proprietà debole, autorità assente, sofferenza gestita collettivamente, oggi è sotto attacco diretto, non metaforico. Nell’Amazonas venezuelano, tra il 2024 e il 2025, i leader di una comunità piaroa si sono opposti ai tentativi dell’ELN, la guerriglia colombiana, di impossessarsi di una miniera d’oro situata dentro i confini della loro comunità. Oltre 1.500 comunità indigene di trenta gruppi etnici, negli stati di Amazonas e Bolívar, sono oggi sotto pressione da parte di gruppi armati e garimpeiros brasiliani per acconsentire allo sfruttamento minerario del loro territorio.
È una fotografia che merita di essere guardata con gli occhi di quanto abbiamo appena ricostruito: un popolo che ha costruito per generazioni un sistema nel quale la ricchezza accumulabile e difendibile non aveva presa, si trova oggi a doversi difendere proprio da chi gliela vuole imporre con le armi. Il rischio non è solo la violenza diretta. È che l’introduzione dell’economia monetaria, delle armi da fuoco, dell’alcol, disattivi dall’interno i meccanismi, condivisione obbligata, assenza di autorità centralizzata, gestione sciamanica del conflitto, che per secoli hanno reso superfluo, più che vietato, il furto e l’omicidio tra consimili. È lo stesso copione già visto tra i Semai della Malesia, dove armi e alcol vengono indicati dagli etnografi come la minaccia più concreta a un’analoga architettura di pace.
La lezione, se vogliamo ricavarne una, non è che dovremmo tornare a vivere nella foresta. È che la pace sociale piaroa non è mai stata un dono della natura, come vorrebbe il mito del buon selvaggio. È un’infrastruttura tanto sofisticata quanto un codice penale, costruita però con materiali diversi: cosmologia invece di tribunale, condivisione invece di proprietà, comunità invece di reparto psichiatrico. E come ogni infrastruttura, si mantiene solo finché le si lascia il terreno sotto i piedi.
Riferimenti principali: J. Overing, “Images of cannibalism, death and domination in a ‘non-violent’ society”, Journal de la Société des Américanistes, 1986; R. Rodd, “Piaroa Shamanic Ethics and Ethos: Living by the Law and the Good Life of Tranquillity”, International Journal of Latin American Religions, 2018; R. Rodd, “Piaroa sorcery and the navigation of negative affect”, Anthropology of Consciousness, 2006; International Crisis Group, “A Curse of Gold: Mining and Violence in Venezuela’s South”, 2025.