
Era il due dicembre del millenovecento settantanove e faceva quel freddo umido del Friuli che non ti entra nelle ossa, ti entra nell’anima, un freddo che sa di nebbia e di mais e di fabbriche spente, e io avevo non so quanti anni ma erano gli anni in cui uno crede che la poesia possa fermare i carri armati. Lo credevo allora. Allora un carro armato aveva ancora un uomo dentro, e a un uomo puoi parlare. Oggi la morte arriva senza pilota, dal cielo, e a un drone la poesia non ha ancora imparato a dire niente.
L’Auditorium Zanon era pieno come un uovo, pieno di cappotti umidi e di fiati e di quella elettricità che c’è solo prima delle cose che poi ricorderai per sempre senza saperlo ancora, perché la memoria è una fotografia che si sviluppa al contrario, prima lo scatto e poi, anni dopo, l’immagine che affiora nella bacinella del tempo.
E lui era là.
Allen. Allen Ginsberg in carne, ossa, barba e occhiali, seduto a gambe incrociate come un Buddha ebreo di Newark, con l’harmonium sulle ginocchia, quello strumento che respira come un animale malato d’amore, e cominciò a pompare l’aria dentro i mantici e la sala si riempì di un suono che veniva dall’India e dal New Jersey nello stesso momento, e batteva i cimbali, tin, e il silenzio dopo il tin era più grande della sala, era grande come tutta la pianura fino al mare.
Accanto a lui Gregory Corso che sembrava sempre sul punto di dire una bestialità o una preghiera, e non capivi mai quale delle due, e forse erano la stessa cosa. E Peter Orlovsky, dolce e assente, con quegli occhi che guardavano un punto dietro le tue spalle dove forse c’era Dio o forse solo il muro. E poi Julian Beck e Judith Malina del Living Theatre, che portavano addosso l’odore di tutti i teatri occupati d’Europa, di tutte le notti passate a gridare che il teatro è nella strada, la strada è nella vita, la vita è nel corpo, il corpo è sacro.
E la Nanda. Fernanda Pivano che traduceva, che faceva da ponte, da traghettatrice, la donna che aveva portato l’America dei poeti dentro l’Italia dei professori, e lo faceva con una grazia che non era mai accademia, era amore, era complicità, era una vita intera spesa a dire ai ragazzi italiani: guardate, si può vivere così, si può scrivere così, si può bruciare così.
E poi c’era Peter Handke. Questo non lo dimenticherò mai, perché in nessun programma stava scritto il suo nome. Non sul palco, non annunciato, seduto tra la gente come uno qualunque, il bavero alzato, quell’aria di chi è arrivato da lontano e non vuole essere visto. Allora non era ancora il grande Handke di adesso, era un giovane scrittore che girava l’Europa come si gira una stanza di notte, cercando qualcosa senza sapere il nome. Era venuto ad ascoltare Allen come si va a bere alla stessa fontana, in silenzio, per sete e basta. Lo riconobbi, e lui si accorse che l’avevo riconosciuto, e non ci dicemmo niente, ma ci fu tra noi quel piccolo cenno degli occhi con cui due sconosciuti si confessano di amare la stessa cosa.
Allen cantillava i sutra e il petto gli si gonfiava con quel respiro lungo, lunghissimo, il respiro che aveva imparato dai monaci, il respiro che era già poesia prima di diventare parola, e io pensavo: ecco, questo è un uomo che ha fatto del fiato un atto politico, che oppone al frastuono del mondo la lunghezza sacra di un respiro.
Poi finì. E le cose belle finiscono sempre un attimo prima che tu sia pronto, questo è il loro modo di restare.
Andammo a bere. Alla libreria LibRera, tra gli scaffali, coi libri che ci guardavano dall’alto come santi minori, brindammo. Ricordo il vino, ricordo il bicchiere in mano, ricordo i poeti intorno, le facce accese, le voci che si sovrapponevano in tre lingue, ma soprattutto ricordo lui.
Perché a un certo punto me lo trovai davanti. Allen. A venti centimetri. E la barba, e gli occhiali, e dietro gli occhiali due occhi che avevano visto Blake in una stanza di Harlem, che avevano visto la madre impazzire, che avevano visto Moloch mangiarsi l’America, e adesso guardavano me, un ragazzo del nordest venuto dal freddo, e alzammo i bicchieri.
Mi chiese come mi chiamavo. Glielo dissi. Mi chiese se scrivessi, e io dissi sì, un poco, e lui annuì come se fosse la cosa più normale del mondo, e disse: «Keep writing.» Continua a scrivere. Poi mi chiese se avessi freddo, perché fuori si gelava e io ero entrato senza cappotto, e gli dissi di sì, e lui rise e disse che il vino serviva a quello, e bevemmo. Furono queste le parole. Nient’altro. Come mi chiamo, se scrivo, se ho freddo. Le cose che ci si dice quando si è davvero vivi, quando non c’è bisogno di dimostrare niente a nessuno.
Guardare Allen negli occhi e bere insieme quel vino, ve lo dico, era guardare dentro la contraddizione vivente di tutto l’Occidente, dentro il paese che produce insieme i profeti e le macchine per annientarli, che scrive Urlo e costruisce Hiroshima, che canta e brucia, che benedice e distrugge. Tutto questo era negli occhi di Allen mentre bevevamo, e non era spavento, era amore, un amore tremendo, di quelli che ti fanno tremare le mani intorno al bicchiere.
Uscii nella notte di Udine che era fredda e nera e bagnata, e camminai, e mi sembrava di avere dentro una brace, una di quelle braci che intiepidiscono per ore dopo che il fuoco si è spento. Avevo bevuto con Allen Ginsberg. Mi aveva detto continua a scrivere. Avevo respirato la stessa aria di Corso e Orlovsky e della Nanda e del Living Theatre e di Handke seduto nell’ombra col bavero alzato.
Sono passati quasi cinquant’anni. Allen è morto nel novantasette, e con lui se ne sono andati quasi tutti, uno dopo l’altro, come le lampadine dell’osteria che si spengono a fine serata per dire agli ultimi avventori che è ora di andare. La Nanda, Gregory, Peter, Julian, Judith. Se ne sono andati.
Ma quella notte no. Quella notte non se ne va. Sta lì, ferma, sviluppata per sempre nella bacinella del tempo, in bianco e nero come piaceva a lui, con la barba di Allen e il suono dell’harmonium e il vino della LibRera e il freddo del Friuli e la giovinezza mia, che allora non sapevo di avere e che adesso so di aver avuto, perché la giovinezza è come la felicità, la riconosci solo dopo, quando è già memoria.
E ancora oggi, quando mi siedo a scrivere e la stanchezza mi dice smetti, sento quella voce roca che mi arriva da mezzo secolo di distanza, da oltre la morte, da oltre l’oceano: keep writing. E continuo.
Everything is holy, diceva. Tutto è sacro.
E quella notte, Allen, lo era. Lo era davvero.