il dono impossibile

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il dono impossibile

Potlatch, eccesso e il vuoto antropologico del capitalismo

Esiste uno scandalo al cuore dell’economia. Non è la disuguaglianza, non è lo sfruttamento, non è nemmeno la corruzione: è il dono. Il dono puro, senza contropartita, senza registro, senza memoria. Il capitalismo non lo sopporta perché non riesce a calcolarlo. E ciò che non si calcola, per il capitalismo, non esiste.

Tre pensatori hanno affrontato questo scandalo. Non sono arrivati alle stesse conclusioni. Vale la pena metterli in una stanza insieme e ascoltare il disaccordo.

La stanza: un potlatch sul Pacifico nordoccidentale

Partiamo da un’immagine concreta. Una notte sulla costa nordoccidentale americana. Un capo Kwakiutl brucia davanti agli ospiti coperte, salmoni, oli preziosi. Non lo fa perché è pazzo o perché odia la ricchezza. Lo fa perché è il gesto supremo di autorità sociale: dimostrare che si possiede abbastanza da poter perdere tutto.

Marcel Mauss, che questa scena l’ha studiata nei resoconti degli etnografi senza mai visitarla di persona, la chiama potlatch e vi vede la struttura profonda di ogni scambio umano. Georges Bataille, che la stessa scena l’ha letta in Mauss, vi vede qualcosa di più radicale: la verità dell’universo intero. Jacques Derrida, che ha letto entrambi, alza la mano e dice: aspettate. C’è un problema logico che nessuno dei due ha risolto.

Tre scene etnografiche

Prima di entrare nel dibattito teorico, vale la pena sostare su tre scene etnografiche. Non come illustrazioni: come fatti. Il dono, prima di diventare un problema filosofico, è una pratica che gli esseri umani hanno inventato, modificato e trasmesso in forme radicalmente diverse. Ciascuna di queste forme dice qualcosa che la teoria, da sola, non riesce a dire.

Il kula delle Isole Trobriand

Bronislaw Malinowski, tra il 1915 e il 1918, vive nelle Isole Trobriand, al largo della Nuova Guinea. Quello che descrive in Argonauti del Pacifico Occidentale (1922) è uno dei sistemi di scambio più studiati e più enigmatici dell’antropologia: il kula. Uomini di isole diverse si imbarcano su canoe ornate e percorrono centinaia di chilometri di oceano per scambiarsi due categorie di oggetti: collane di conchiglie rosse (soulava) e bracciali di conchiglie bianche (mwali). Le collane viaggiano in senso orario da isola a isola, i bracciali in senso antiorario. Nessuno trattiene gli oggetti: li riceve, li porta per un tempo, li cede ad altri. Il circuito dura anni, decenni, forse secoli.

Gli oggetti del kula non hanno valore d’uso. Non si mangiano, non si indossano nella vita quotidiana, non si accumulano. Il loro valore è interamente relazionale: porta con sé la storia di chi li ha tenuti, i nomi degli uomini che li hanno attraversato, la rete di alleanze e di reputazioni che hanno costruito attraversando il mare. Malinowski intuisce che questo non è commercio mascherato da rituale: è un’economia del legame, dove ciò che circola non è la merce ma la fiducia.

Il hau maori e lo spirito della cosa donata

Mauss costruisce gran parte del suo Saggio sul dono attorno a un concetto maori: il hau. La fonte è Tamati Ranaipiri, un saggio maori che agli inizi del Novecento spiega a un etnografo cos’è il hau della foresta: lo spirito che abita le cose donate e che vuole tornare al donatore originario.

L’idea è questa: se ti dono qualcosa e tu lo doni a un terzo, quella cosa porta con sé una parte di me. Se il terzo non la restituisce, non è solo una questione di cortesia violata: è qualcosa di più profondo, quasi organico. Il hau della cosa vuole tornare a casa. Trattenere ciò che dovrebbe circolare è pericoloso, può causare malattia, morte, rottura del legame cosmico.

Questa è la parte che ha fatto discutere gli antropologi per decenni. Marshall Sahlins ha accusato Mauss di aver frainteso Ranaipiri, di aver proiettato una metafisica occidentale dell’obbligo su una concezione indigena più fluida. Ma la forza dell’intuizione rimane: nelle culture polinesiane, le cose non sono inerti. Portano storie, relazioni, obblighi. Il dono non trasferisce solo materia: trasferisce una parte dell’identità del donatore. Accettarlo è un atto carico di responsabilità.

Il moka delle Highlands della Papua Nuova Guinea

Nelle Highlands della Papua Nuova Guinea, tra i Melpa studiati da Andrew Strathern negli anni Sessanta e Settanta, esiste una pratica chiamata moka. Un uomo riceve maiali e beni di valore da un partner. Quando li restituisce, non restituisce la quantità ricevuta: ne dà di più. Il surplus è obbligatorio. Restituire l’esatto equivalente è un’offesa: significherebbe che il rapporto è chiuso, che non c’è più niente da costruire tra i due.

Il moka è una logica dell’eccesso istituzionalizzato. La generosità non è una virtù opzionale: è una struttura competitiva. Chi dà di più acquisisce prestigio, costruisce alleanze, consolida la propria posizione nella rete sociale. C’è qualcosa che ricorda il potlatch Kwakiutl, ma con una differenza importante: nel moka non si brucia, si circola. L’eccesso non viene distrutto ma moltiplicato e rimesso in movimento. Il punto non è annientare la ricchezza: è impedire che si cristallizzi, che si accumuli, che si trasformi in potere inerte.

Cosa ci dicono queste scene

Tre pratiche, tre logiche diverse. Nel kula il dono è circolazione perpetua: nessuno possiede, tutti trasmettono. Nel hau il dono è identità in movimento: le cose portano con sé l’anima di chi le ha donate. Nel moka il dono è eccesso obbligatorio: non si può restituire meno di quanto si è ricevuto senza rompere il legame.

In tutte e tre, il dono non è mai un atto privato tra due individui. È sempre un evento sociale: costruisce reti, produce reputazioni, regola conflitti, tiene insieme comunità che altrimenti si disgregerebbero. E in tutte e tre, la logica del mercato è esplicitamente esclusa: non perché queste società non conoscessero lo scambio utilitaristico, ma perché avevano capito che se tutto diventa transazione, il tessuto che tiene insieme le persone si strappa.

È su questo sfondo che Mauss, Bataille e Derrida costruiscono i loro argomenti. Non partono dal nulla: partono da questo archivio umano di pratiche millenarie. E il problema che cercano di risolvere è sempre lo stesso: perché il dono è necessario, e perché la modernità non riesce a farlo senza trasformarlo in qualcos’altro.

Mauss: il dono non è mai libero

Mauss parte dall’osservazione. Nel Saggio sul dono (1925) dimostra che il potlatch non è generosità pura né economia primitiva: è un sistema. Ogni dono genera un’obbligazione. Ricevere crea debito. Restituire ristabilisce l’equilibrio. Il circuito del dare, ricevere, ricambiare (donner, recevoir, rendre) struttura il legame sociale prima che esistano mercati, contratti, moneta.

La sua conclusione è antropologica e politica insieme: lo scambio non è un’invenzione capitalistica, è una struttura fondamentale dell’umano. Il capitalismo ha commesso l’errore, o il crimine, di ridurla a una sola delle sue dimensioni, quella contrattuale, e di chiamarla realtà.

Mauss è un riformista. Vede nel potlatch un modello da recuperare, non un’utopia. Crede che il welfare state, la mutualità, la previdenza sociale siano forme moderne di quella stessa logica del dono che tiene insieme le comunità. È il più temperato dei tre. Il più vicino al possibile.

Bataille: bruciare è necessario

Bataille legge Mauss e lo radicalizza fino a renderlo irriconoscibile. In La parte maledetta (1949) il potlatch non è più un sistema di scambio da studiare: è la prova di una verità cosmica. Il principio organizzatore dell’universo non è la scarsità, come vuole tutta l’economia classica, ma l’eccesso. Il sole irradia energia senza chiedere nulla in cambio. La vita produce più di quanto consuma. Ogni sistema vivente si trova di fronte a un surplus che non può trattenere.

Dove Mauss vede un circuito, Bataille vede una fuoriuscita. Dove Mauss vede obbligazione, Bataille vede dissipazione necessaria. La ricchezza bruciata nel potlatch non è spreco: è il riconoscimento onesto che l’eccesso esiste e che l’unica alternativa alla sua liberazione consapevole è la sua esplosione inconsapevole, nelle guerre, nelle crisi, nelle epidemie psichiche di una civiltà che non sa più perdere.

Il capitalismo, per Bataille, non sbaglia solo eticamente. Sbaglia ontologicamente: crede che l’eccesso possa essere ricanalizzato indefinitamente nella produzione. È un errore che si paga. Lo stiamo pagando.

Derrida: il dono è impossibile, eppure

Derrida entra nel dibattito con Donner le temps (1991) e porta una notizia scomoda per entrambi i predecessori: il dono puro non esiste. Non può esistere per ragioni logiche, non solo storiche.

Nel momento in cui il donatore sa di stare donando, ha già ricevuto qualcosa: la soddisfazione morale, il senso di sé come generoso. Nel momento in cui il ricevente riconosce il dono, lo annulla: il riconoscimento è già una forma di restituzione simbolica. Il circolo si chiude sempre. Il dono che Mauss descrive non è mai libero, Mauss lo dice anche lui, ma non ne trae le conseguenze radicali. Il potlatch che Bataille esalta come dissipazione pura è anch’esso intrappolato nel riconoscimento: il capo brucia per essere visto bruciare.

Ma Derrida non si ferma all’aporia. Dice: il dono impossibile è proprio per questo necessario come idea regolativa, come orizzonte irraggiungibile che orienta l’azione. Come la giustizia: nessuno la realizzerà mai pienamente, ma senza di essa non si fa un passo. Il dono non si dà, si tende verso di esso sapendo che non ci si arriverà mai. È una pratica dell’impossibile.

Il triangolo e il capitalismo

Messi a confronto, i tre pensatori disegnano un triangolo.

Mauss occupa il vertice sociologico: il dono è reale, storicamente documentato, politicamente recuperabile. È la base su cui costruire alternative al mercato puro.

Bataille occupa il vertice cosmologico: il dono è l’espressione di una legge universale dell’eccesso. Non recuperarlo significa pagarne le conseguenze collettive.

Derrida occupa il vertice filosofico: il dono puro è impossibile, ma il suo pensiero è indispensabile. Senza l’idea del dono non c’è etica, non c’è giustizia, non c’è politica degna di questo nome.

Il capitalismo, in questo triangolo, non ha un posto. Non perché sia esterno ai tre: li ha letti, li ha digeriti, li ha trasformati in convegni accademici e sponsorizzazioni culturali. Il problema è che ne ha estratto solo la superficie. Ha preso il potlatch e ne ha fatto il gala di beneficenza con il logo aziendale. Ha preso l’eccesso di Bataille e ne ha fatto il lusso come status symbol. Ha preso l’aporia di Derrida e l’ha usata per dire che tanto il dono non esiste, quindi tanto vale il contratto.

Il dono capitalista non è mai anonimo: vuole la targa, la cerimonia, il ritorno d’immagine. È il potlatch senza il fuoco.

E il risultato è visibile. Sistemi sanitari costruiti sulla logica della prestazione e non del prendersi cura. Scuole che producono capitale umano e non esseri capaci di gratuità. Città dove il bene comune viene finanziato solo se genera ritorno misurabile. Relazioni umane mediate dal mercato fino alla solitudine.

Hannah Arendt, descrivendo la banalítà del male, parlava di un’«assenza di pensiero» come condizione che rende possibile il crimine burocratico. Quella formula vale oltre i totalitarismi novecenteschi che aveva in mente. Riguarda ogni sistema che sostituisce il giudizio etico con la procedura tecnica, l’incontro con la transazione, il volto con il profilo-cliente. Il capitalismo non è malvagio per intenzione: è banale per struttura. Non pensa all’uomo perché non ne ha bisogno. Ha i numeri.

Cosa resta

Resta il fatto che il dono esiste ancora, fuori dai mercati e fuori dai libri. Nei quartieri dove i vicini si portano il pane. Nei readings poetici dove qualcuno legge senza cachet e qualcuno ascolta senza biglietto. Nelle cure date agli sconosciuti, nei giardini condivisi, nel tempo regalato senza registrarlo da nessuna parte.

Mauss direbbe: ecco il fondamento di una comunità. Bataille direbbe: ecco la parte maledetta che si rifiuta di essere addomesticata. Derrida direbbe: ecco il tentativo, sempre incompiuto, sempre necessario, di fare ciò che non si può fare.

Forse la poesia è già tutto questo insieme: si brucia tempo, silenzio, attenzione, senza garanzia di ritorno, senza logo, senza targa. È la crepa da cui, come diceva Cohen, entra la luce.

Fonti principali: Marcel Mauss, Saggio sul dono (1925); Georges Bataille, La parte maledetta (1949); Jacques Derrida, Donner le temps (1991); Hannah Arendt, La banalítà del male (1963); Bronislaw Malinowski, Argonauti del Pacifico Occidentale (1922); Marshall Sahlins, Stone Age Economics (1972); Andrew Strathern, The Rope of Moka (1971).