
Sirene accese,
mezza luna rossa,
ambulanze in fila come preghiere
che nessuno ascolta
una corsa sfrenata tra le macerie
per strappare al nulla un respiro,
per portare qualcuno
a casa.
Quindici,
tute arancioni riflettenti,
flebo, barelle, pietà
scendevano dai mezzi
non per aggredire
ma per fare di un corpo distrutto
ancora una casa.
Spari.
Un lampo.
Poi il buio
marchiato dai proiettili traccianti
nei petti che cercavano polsi,
nei palmi aperti sopra le ferite.
Un telefono ha visto,
ha registrato ogni battito,
ogni ordine in ebraico,
ogni colpo sparato
dentro una casa che camminava.
«Avanzavano in modo sospetto»
ha detto chi ha premuto il grilletto
ma il video non mente,
grida con la voce di chi non ha più voce,
grida il nome di ogni casa demolita,
grida Gaza,
grida il nome dei quindici
che adesso abitano
la stessa fossa.
Erano cura.
Erano carezza.
Erano la casa
che qualcuno porta nel corpo
anche sotto le macerie.
Il video scheggia la menzogna.
In quel confine sottilissimo
tra restare vivi
o entrare nella terra
resta la poesia:
l’ultima casa,
quella che non crolla,
quella che non consola,
quella che grida
con la lingua dei morti.
Gaza, aprile 2025