la banalità del degrado

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L’arroganza del potere contemporaneo non consiste più soltanto nella manipolazione culturale o nell’impoverimento linguistico delle masse. No. In questi anni stiamo assistendo anche al ritorno di qualcosa che credevamo relegato alle fotografie in bianco e nero della storia italiana: il manganello esibito come messaggio politico.

Le immagini delle cariche contro gli studenti, contro i giovani che manifestano per il clima, per la Palestina, per il diritto al dissenso, non rappresentano semplicemente episodi di ordine pubblico. Esse possiedono un valore pedagogico preciso. Il potere mostra la forza non tanto per reprimere qualche centinaio di ragazzi, ma per educare simbolicamente milioni di cittadini alla paura e alla rassegnazione.

È un linguaggio antico. Il corpo dello studente trascinato sull’asfalto serve a ricordare che esiste un limite invisibile oltre il quale il dissenso smette di essere tollerato e comincia a diventare colpevole.

Ma il nuovo autoritarismo italiano è più raffinato di quello novecentesco. Non ha quasi più bisogno della censura esplicita. Utilizza invece la pressione economica, burocratica e giudiziaria. Le querele temerarie rivolte contro giornalisti, scrittori e piccoli organi di informazione indipendente costituiscono ormai una forma sistematica di intimidazione. Non importa nemmeno vincere le cause: basta trascinare chi racconta fatti scomodi dentro anni di spese legali, ansia, isolamento e logoramento psicologico.

Il meccanismo è perfetto nella sua freddezza: punirne uno per educarne cento.

Così il giovane cronista precario, il collaboratore sottopagato, il giornalista freelance imparano rapidamente la lezione implicita del potere contemporaneo: la verità può costare troppo. E allora nasce l’autocensura, che è la forma più efficace di censura possibile, perché non lascia tracce visibili. Nessun libro proibito. Nessun giornale sequestrato. Soltanto migliaia di persone che imparano lentamente a tacere.

In questo scenario l’analfabetismo funzionale diventa il complemento perfetto del dominio politico. Un Paese dove una parte enorme della popolazione adulta fatica a comprendere pienamente un testo articolato è inevitabilmente un Paese più esposto alla propaganda, alla semplificazione brutale, alla manipolazione emotiva. L’analfabetismo di ritorno è il grande alleato invisibile del potere contemporaneo: cittadini che sanno leggere ma non interpretare, che consumano parole senza più comprenderne il peso storico, morale e politico.

Ma esiste un ulteriore elemento tragico, forse il più italiano di tutti: l’impressionante mediocrità della classe dirigente.

La politica italiana contemporanea appare popolata sempre più da improvvisati. Figure prive di profondità culturale, di esperienza amministrativa reale, di disciplina intellettuale. Individui selezionati non per competenza ma per fedeltà comunicativa, per aggressività televisiva, per capacità di occupare lo spazio mediatico con frasi elementari e continue provocazioni.

Un tempo il potere pretendeva almeno una forma di preparazione. Oggi sembra quasi vantarsi della propria ignoranza. Ministri incapaci di articolare un pensiero complesso, parlamentari che confondono la storia con gli slogan dei social network, dirigenti politici che affrontano questioni enormi, guerre, scuola, sanità, ambiente, con il linguaggio semplificato di un talk show pomeridiano.

Ed è qui che l’arroganza del potere raggiunge la sua forma più oscena: nell’esibizione tranquilla dell’incompetenza.

Perché il potere contemporaneo non teme più il giudizio culturale. Sa che la cultura è stata marginalizzata, ridicolizzata, privata di prestigio sociale. L’intellettuale è diventato una figura sospetta; lo studio una debolezza; la complessità un fastidio elitario. In un simile paesaggio antropologico, l’improvvisazione non è più un difetto: diventa uno stile politico.

Il risultato finale è una nazione esausta, sentimentalmente analfabeta, incapace di distinguere la forza dall’arroganza, la competenza dalla propaganda, la libertà dal rumore.

Ed è forse questa la vittoria più completa del nuovo potere italiano: essere riuscito a convincere il popolo che il degrado fosse normalità.