
L’arroganza del potere non ha sempre il volto solenne dell’autoritarismo. A volte indossa abiti più eleganti: conferenze stampa, slogan sulla libertà, appelli alla responsabilità, dichiarazioni d’amore per il popolo. Il problema nasce quando, dopo aver predicato benissimo, i governanti razzolano molto male. In Italia questo contrasto emerge ogni volta che i diritti dei cittadini vengono celebrati nei discorsi ufficiali ma trattati, nella pratica, come favori da concedere con calma, con riserva e possibilmente senza disturbare troppo chi comanda. Sanità, trasporti, istruzione, sicurezza e libertà di pensiero restano pilastri della cittadinanza. Per molti italiani, tuttavia, somigliano sempre più a porte teoricamente aperte, ma con una fila lunghissima davanti e qualcuno che ha già trovato l’ingresso laterale.
La sanità è l’esempio più concreto, e anche il più istruttivo. Il Servizio sanitario nazionale garantisce copertura universale: una formula nobile, da pronunciare con voce ferma nei convegni. Subito dopo, però, arrivano le liste d’attesa, le carenze di personale e le differenze territoriali. Secondo l’European Observatory on Health Systems and Policies, nel 2022 la spesa sanitaria italiana era pari al 9% del PIL, leggermente sotto la media europea, mentre i pagamenti diretti delle famiglie rappresentavano il 23% della spesa sanitaria totale. Tradotto dal linguaggio tecnico: il diritto alla salute esiste, ma se hai fretta, dolore o paura, spesso devi mettere mano al portafoglio. Chi può paga una clinica privata. Chi non può, aspetta. In questo modo l’universalismo sanitario rischia di diventare una bellissima promessa, accompagnata da un modulo di prenotazione per il prossimo semestre.
Istruzione e trasporti dimostrano che un diritto può essere indebolito senza essere formalmente abolito: basta lasciarlo funzionare male. L’OCSE, nel rapporto economico sull’Italia del 2024, insiste sulla necessità di rendere la crescita più inclusiva, proteggere gli investimenti pubblici del PNRR e ampliare l’accesso ai servizi educativi per l’infanzia, fondamentali anche per la partecipazione femminile al lavoro. Nel frattempo, tra scuole che faticano, università costose, collegamenti insufficienti e servizi locali a geometria variabile, la cittadinanza assume una curiosa elasticità: piena nei principi, molto più stretta nella vita quotidiana. Il PNRR, presentato spesso come una specie di bacchetta magica europea, mostra però che anche le magie hanno bisogno di cantieri veri: il Parlamento europeo ha ricordato che l’Italia ha ricevuto gran parte delle risorse, ma a febbraio 2026 aveva speso il 58,4% dei fondi del piano. OpenPNRR segnalava inoltre una spesa effettiva di circa 104,6 miliardi su 194,4. Numeri notevoli, certo: peccato che i cittadini non possano ancora farsi visitare, studiare o prendere il treno sopra una tabella Excel. Sullo sfondo, poi, non mancano le ombre della corruzione e delle frodi. La Procura europea ha segnalato che, a fine 2023, su 206 indagini attive relative ai fondi dei PNRR europei, 179 riguardavano l’Italia, con potenziali danni stimati oltre 1,8 miliardi di euro. ANAC, nella relazione 2024 al Parlamento, ha denunciato ritardi, affidamenti diretti pari al 98% degli acquisti di servizi e forniture, frazionamenti artificiosi degli appalti e rischi di sprechi e infiltrazioni criminali. La Guardia di Finanza ha inoltre effettuato oltre 14 mila controlli sulle risorse del PNRR, verificando crediti d’imposta, finanziamenti e opere pubbliche per più di 11,3 miliardi. Anche qui la retorica della modernizzazione è impeccabile; resta solo da spiegare perché, appena arrivano i fondi europei, qualcuno scambi la ripresa per una corsa al buffet. Se nasci in una grande città ben servita hai un Paese. Se vivi in un’area interna, in periferia o in un territorio fragile, ne hai un altro. Nei discorsi pubblici, tuttavia, tutti vengono invitati con lo stesso entusiasmo a “credere nel merito”: peccato che qualcuno parta in treno ad alta velocità e qualcun altro aspetti ancora l’autobus.
Il problema riguarda poi la qualità della democrazia. La Banca Mondiale, con i Worldwide Governance Indicators, misura aspetti come responsabilità delle istituzioni, efficacia del governo, Stato di diritto e controllo della corruzione. La Commissione europea, nel Rule of Law Report 2025 sull’Italia, segnala progressi, ma anche criticità: durata dei processi ancora grave, difficoltà nella digitalizzazione della giustizia penale, questioni aperte sui media, sull’accesso alle informazioni pubbliche e sul bilanciamento dei poteri. Naturalmente ogni governo assicura di rispettare la democrazia. Del resto, chi mai direbbe il contrario? Il punto è che la democrazia non si misura solo dal numero delle bandiere alle cerimonie, ma dalla possibilità concreta dei cittadini di informarsi, criticare, protestare e ottenere risposte. Quando il dissenso viene trattato come maleducazione istituzionale, la libertà resta nei testi di legge, ma cammina con passo molto prudente.
La libertà di stampa rende il quadro ancora più istruttivo. Reporters Without Borders colloca l’Italia al 49° posto su 180 Paesi nel World Press Freedom Index 2025, segnalando pressioni politiche, querele temerarie, interferenze nel servizio pubblico radiotelevisivo e rischi di autocensura. La Commissione europea conferma criticità simili: aumento delle azioni legali contro giornalisti, comprese le SLAPP, cioè azioni legali strategiche usate per intimidire chi partecipa al dibattito pubblico, ritardi nella riforma della diffamazione e interrogativi sulla protezione delle fonti, anche in relazione a casi di spyware contro professionisti dell’informazione. In parole meno burocratiche, è il modo elegante con cui un potere forte può dire a un giornalista: “non ti tappo la bocca, ti svuoto il conto corrente finché preferisci tacere”. Freedom House considera l’Italia un Paese “libero”, con 89 punti su 100 nel 2025, ma registra un arretramento e richiama l’attenzione sull’indipendenza della RAI e sulla concentrazione della proprietà dei media. È una libertà, insomma, che gode di buona salute ufficiale, purché non le si misuri troppo spesso la pressione.
Sul piano sanitario, il ricorso crescente a cliniche e prestazioni private non è sempre il trionfo della libera scelta, come qualcuno ama raccontare: spesso è la conseguenza molto pratica di un servizio pubblico che non riesce a rispondere in tempo. Le famiglie pagano di tasca propria rinunciano a visite o si rassegnano ad attendere. In questo scenario, la clinica privata diventa la scorciatoia rispettabile di chi può permettersela e il promemoria amaro per chi non può. Si continua a parlare di uguaglianza nell’accesso alle cure, ma l’uguaglianza ha un curioso difetto: funziona meglio quando non dipende dal conto corrente. Se il pubblico arretra e il privato avanza, il diritto alla salute resta scritto in alto, mentre la realtà prende l’ascensore riservato.
A completare il quadro c’è la tendenza a comprimere lo spazio del dissenso in nome della sicurezza. Amnesty International ha definito il decreto sicurezza del 2025 una normativa “draconiana”, criticando nuovi reati, aumento delle pene per forme di protesta ed espansione dei poteri di polizia. Human Rights Watch ha parlato di minaccia seria ai diritti fondamentali, compresi libertà di espressione e diritto alla protesta pacifica. ARTICLE 19 e reti europee della società civile hanno denunciato inoltre il rischio di criminalizzare manifestazioni, attivisti, migranti e persone marginalizzate. La sicurezza è certamente un compito dello Stato, ma diventa una parola magica quando serve a trasformare il conflitto sociale in problema di ordine pubblico. Si predica la libertà, si invoca il popolo, si celebra la Costituzione. Quando qualcuno protesta troppo rumorosamente, si scopre che la libertà era gradita soprattutto in versione silenziosa.
L’arroganza del potere, dunque, non è solo abuso evidente: è distanza, opacità, lentezza, indifferenza e costruzione della paura. È l’arte di parlare di diritti mentre si riducono le condizioni concrete per esercitarli. Di lodare i cittadini mentre li si tratta come utenti pazienti, contribuenti obbligati o sudditi irrequieti. Di promettere efficienza mentre i servizi essenziali diventano sempre più diseguali. Gli organismi internazionali non descrivono un’Italia priva di libertà, ma mostrano un Paese in cui molte garanzie rischiano di essere intermittenti: più solide per chi possiede denaro, relazioni e visibilità, più fragili per chi dipende davvero dal pubblico, protesta, lavora in condizioni precarie, vive ai margini o non ha voce nei grandi salotti dell’informazione. La difesa della democrazia, per questo, non consiste soltanto nel votare, applaudire o ascoltare l’ennesima lezione morale da chi governa. Significa pretendere servizi pubblici adeguati, stampa libera, giustizia accessibile, investimenti orientati all’uguaglianza e rispetto reale del dissenso. Il potere è legittimo solo quando serve i cittadini. Se predica bene e razzola molto male, non governa: ammonisce.
Fonti consultate: European Observatory on Health Systems and Policies, Italy: health system summary 2024. OCSE, Economic Surveys: Italy 2024. Commissione europea, Rule of Law Report 2025 – Italy. Banca Mondiale, Worldwide Governance Indicators. UNDP, Human Development Report 2023/24. Reporters Without Borders, World Press Freedom Index 2025 – Italy. Freedom House, Freedom in the World 2025 – Italy. Amnesty International, comunicati sul decreto sicurezza 2025. Human Rights Watch, analisi sul Security Bill italiano. ARTICLE 19 e European Civic Forum, documenti sullo spazio civico in Italia. Parlamento europeo, Italy’s National Recovery and Resilience Plan: Latest state of play. OpenPNRR, dati di monitoraggio su avanzamento e spesa del PNRR. Corte dei conti europea, relazione sul bilancio UE e Recovery Fund 2023. Procura europea EPPO, dati sulle indagini relative al Recovery and Resilience Facility. ANAC, Relazione al Parlamento sull’attività 2024. Guardia di Finanza, bilancio operativo 2024-2025 su controlli PNRR e spesa pubblica.